Il Rinascimento psichedelico

Nel numero 109 della rivista mensile l’Altra Medicina è presente un mio articolo dal titolo Il Rinascimento Psichedelico, nel quale presento alcuni dei modi in cui l’aspettativa influenza gli eventi.

Le sostanze a azione psichedelica possono avere un utilizzo di tipo terapeutico e spirituale

Di seguito il testo:

Il Rinascimento Psichedelico: ovvero l’impiego terapeutico degli psichedelici

 

Prima di iniziare immagino sia innanzitutto necessario affrontare il tema della pericolosità delle sostanze a effetto psichedelico poiché, riguardo ad esse, sia la percezione sociale che l’opinione di molti accademici è ancora purtroppo guidata da false credenze e da molti pregiudizi. Spero che a dissipare entrambi, o quantomeno a suscitare il desiderio di informarsi più a fondo, basti venire a conoscenza dello studio sui danni provocati dalle droghe in Gran Bretagna, pubblicato nel 2010 da uno dei massimi esperti mondiali sul tema, David Nutt, allora presidente dell’European College of Neuropsychopharmacology, e successivamente direttore dell’unità di ricerca sulle sostanze psicoattive dell’Imperial College di Londra. In tale lavoro, un gruppo di esperti ha valutato, sulla base di nove tipologie di conseguenze negative per l’utilizzatore e di sette effetti negativi provocati alla società, venti tra le più comuni sostanze d’abuso. I risultati mostrano che l’alcol – sebbene legale – sia la sostanza in assoluto più pericolosa, seguita a stretto passo dall’eroina, dopo alcune posizioni dal tabacco, in seguito dalla cannabis, al terzultimo posto dall’LSD e in ultimissima posizione dai funghi psichedelici, che risultano valutati dodici volte meno pericolosi dell’alcol e praticamente innocui per l’utilizzatore (Nutt et al., 2010). Risultatati analoghi sono emersi dalla replicazione dello studio in Europa (van Amsterdam et al., 2015) e in Australia (Bonomo et al., 2019). Tali valutazioni appariranno sorprendenti a chi non abbia studiato la storia dell’uso sia clinico che ricreativo delle sostanze psichedeliche, della loro messa a bando e della graduale riapertura nei loro confronti, che porta molti autori oggi a parlare di Rinascimento Psichedelico (a proposito consiglio la lettura del bellissimo lavoro del giornalista Michael Pollan “Come cambiare la tua mente” del 2018). Numerosissimi sono infatti gli studi clinici attualmente in corso sulle principali sostanze psichedeliche che, nel complesso e a condizione che la somministrazione avvenga con le dovute precauzioni, evidenziano un alto profilo di sicurezza e risultati terapeutici molto promettenti in varie condizioni cliniche.

Lo studio di tali sostanze ha una lunga storia, suddivisibile – seguendo il preziosissimo lavoro di rassegna ad opera di Giorgio Samorini e Adriana D’Arienzo (2019) – in una prima fase influenzata del paradigma psicotomimetico, che va dal 1905 al 1957; una seconda fase guidata da un paradigma psicoterapeutico, a partire dal 1957 fino al 1972 (l’anno successivo alla firma della Convention of Psychotropic Substances, il trattato internazionale che sancisce l’illegalità degli psichedelici); tre lunghi decenni di assenza di studi clinici a causa della messa a bando di tali sostanze anche dalla ricerca scientifica; e infine una terza fase di studi, caratterizzata dal paradigma neurofenomenologicco, iniziata col nuovo millennio e tutt’ora in corso.

Le prime sostanze studiate clinicamente sono state la mescalina, isolata nel 1897 dal chimico Arthur Heffter, e la dietilamide dell’acido lisergico (LSD), sintetizzata dal chimico Albert Hofmann nel 1938, sebbene egli stesso ne scoprì gli effetti solo nel 1943. All’epoca tale categoria di sostanze aveva vari nomi, tra cui “psicotomimetici”, poiché gli effetti erano ritenuti mimare lo stato psicotico. Gli studi clinici del periodo rispecchiavano tale prospettiva e la somministrazione di tali sostanze era per lo più finalizzata alla comprensione delle psicosi.

Tale prospettiva fu aspramente criticata dallo psichiatra Humpry Osmond, che in un celebre articolo (1957) propose il termine, da lui coniato all’interno di un confronto epistolare con lo scrittore Aldous Huxley, di “psichedelici”, col significato di “rivelatori della psiche” (dal greco psyche [ψυχή] e delos [δήλος]). Anche il paradigma di studio muta e la somministrazione clinica di sostanze psichedeliche (cui nel frattempo si aggiunge la psilocibina, isolata nel 1959 da Albert Hofmann) inizia ad avere finalità terapeutiche. Molto diffuso era il loro impiego come psicolitici, ovvero agevolanti la fuoriuscita di materiale inconscio, a seguito della dissoluzione (lisi) della psiche, per facilitare con ripetute somministrazioni di bassi dosaggi sub-allucinogeni il colloquio psicoterapico o, con dosaggi superiori, per promuovere fenomeni di abreazione, di regressione, o di contatto con esperienze archetipiche. Diversamente la terapia psichedelica prevedeva (e prevede) una singola (o doppia) somministrazione di alti dosaggi per indurre esperienze intense, caratterizzate secondo alcuni autori da aspetti mistici o spirituali, e da altri definite “esperienze di picco” (Maslow, 1962). La forza di tali esperienze consente di maturare un duraturo cambio di prospettiva, che porta alcuni soggetti a considerare irrilevanti questioni prima ritenute importanti (e viceversa) ed è in tal modo potenzialmente terapeutica.

Nonostante i più che promettenti risultati ottenuti dalle terapie psicolitiche e psichedeliche, anche gli studi scientifici furono bruscamente abbandonati con l’inizio dell’era di proibizionismo. In realtà si può affermare che la vera vittima di tali scelte politiche fu proprio la scienza, poiché il loro utilizzo ricreativo, sebbene divenuto illegale, non cessò ma semplicemente trovò nuovi ambiti di diffusione e nel tempo diede vita a nuovi fenomeni. Tra questi due sono particolarmente interessanti e meritano alcune righe, uno che potremmo definire laico e uno spirituale. Il primo concerne la cosiddetta “psiconautica”, da “psiconauta”, termine coniato dallo scrittore Ernst Jünger (1970) per riferirsi a chi volontariamente si provoca stati alterati di coscienza al fine di esplorare e comprendere l’esperienza. Col diffondersi di internet tali moderni esploratori si sono ritrovati in forum dedicati (Il più noto e vasto di essi è: https://www.erowid.org) e oggi alcuni di essi contengono svariate migliaia di dettagliati resoconti delle esperienze sperimentate sotto l’effetto delle più varie sostanze, dosi e modalità di assunzione, e distinte condizioni ambientali. Parallelamente si diffonde in Occidente l’assunzione di sostanze psichedeliche – che in tali contesti assumono il nome di “enteogeni” (che generano la divinità interiore) – all’interno di cerimonie di gruppo. Inizialmente si trattava esclusivamente dell’assunzione di ayahuasca1 nel contesto di moderne religioni sincretiche di origine brasiliana, tra cui principalmente la Chiesa del Santo Daime. A seguito dell’ibridazione di tali già sincretici movimenti con influenze di stampo New Age, anche al di fuori dell’originario ambito religioso si sono diffuse cerimonie con sostanze enteogene, sia a base di ayahuasca, che somministrando bevande basate sugli stessi principi ma con diversi ingredienti (anahuasca), che effettuati con altre sostanze psicoattive; sebbene la prima opzione sia socialmente favorita dal fatto di essere in quasi tutto il mondo legale.

Con l’inizio del nuovo millennio anche la ricerca scientifica torna ad interessarsi alle sostanze psichedeliche e nel gennaio del 2006, a Basilea, in onore del centenario di Albert Hofmann, viene organizzato il simposio internazionale “LSD – Problem Child and Wonder Drug”, seguito nel 2008, sempre a Basilea, dal primo “World Psychedelic Forum”, con ampia partecipazione di scienziati e medici da tutto il mondo. I tempi sono maturi perché la ricerca scientifica sia nuovamente autorizzata e questa volta con i moderni criteri che Samorini e D’Arienzo hanno definito “paradigma neurofenomenologico”. Il termine è introdotto dal biologo e filosofo Francisco Varela (1996) per proporre uno studio della coscienza che integri il punto di vista “in prima persona”, della fenomenologia, con quello “in terza persona”, delle neuroscienze. Nello studio delle sostanze psichedeliche tale prospettiva ha prodotto anche nuove interessanti teorie sul funzionamento delle mente, che vedremo in un prossimo articolo. Qui, quanto alle applicazioni terapeutiche, possiamo riassumere che dagli studi clinici emerge una forte utilità terapeutica delle sostanze ad effetto psichedelico in vari ambiti, tra cui sopratutto (ma non unicamente) appare sorprendente la loro efficacia nei confronti di depressioni resistenti ad altri trattamenti (Treatment-Resistant Depression), nel trattamento delle dipendenze, e in quello che Samorini e D’Arienzo (2019) hanno chiamato “approccio tanatodelico”. Ricalcando la formazione del termine “psichedelico”, gli autori intendono con “tanatodelico” (da Thanatos [Θάνατος] e delos [δήλος]) la capacità di tali sostanze di “rivelare la morte”, ovvero di mutare la prospettiva con cui la affrontano i malati terminali di numerosi studi che, dopo tale esperienza, dichiarano che la paura e la sofferenza provocata da tale aspettativa ha lasciato il posto alla serena accettazione, migliorando in tal modo enormemente la qualità dei loro ultimi giorni di vita.

Per i riferimenti agli studi clinici che evidenziano i risultati riassunti rimando alla già citata rassegna di Samorini e D’Arienzo. Solo due parole sull’utilizzo nel trattamento delle dipendenze, che ad alcuni potrà sembrare controintuitivo. In realtà tale sostanze sono particolarmente indicate poiché dagli studi clinici emerge che: non inducono dipendenza; sono sicure se assunte con le dovute precauzioni; i loro target molecolari hanno proprietà anti-additive; favoriscono esperienze di picco che spesso portano a una nuova visione di se stessi; possono indurre modifiche persistenti nel comportamento. Una curiosità aneddotica poco nota riguarda Bill Wilson, cofondatore degli Alcolisti Anonimi, che non molti sanno debba la sua celebre conversione spirituale – a seguito della quale cessò l’assunzione di alcolici – alla cosiddetta “cura belladonna”, una miscela ideata da Charles Barnes Towns contenente due piante delirogene (con effetti psichedelici): la belladonna e il giusquiamo, ed allora in voga per la cura dell’alcolismo (Lattin, 2012).

Da una prospettiva neurochimica gli effetti dei cosiddetti psichedelici classici (LSD, DMT, mescalina, psilocibina) sembrano essere dovuti alla loro azione serotoninergica. Mentre la persistenza nel tempo dei cambiamenti terapeutici appare spiegabile dal loro promuovere la plasticità sinaptica, con meccanismi di sinaptogenesi e più in generale di neurogenesi (Ly et al., 2018), e – forse – influenzando il microbiota (Kuypers, 2019). Quanto al principio psicologico di funzionamento degli psichedelici un’ottima descrizione è offerta dallo psicologo William Richards:

“[…] psychedelic drugs […] may best be viewed as agents that evoke an ‘undifferentiated activation’ within the central nervous system. This unspecific psychopharmacological activity, in turn, constitutes an opportunity for the resolution of psychological conflicts and the exploration of the so-called ‘deeper levels’ of consciousness.2 (Richards, 1970, p. 120).

La descrizione ricorda per altro anche la visione ayahuaschera che chiama “la medicina” l’ayahuasca, intendendo proprio quel principio attivo aspecifico capace di fornire ad ognuno proprio la cura di cui ha bisogno. Infatti è all’esperienza psicologica soggettiva, e al potenziale raggiungimento di un nuovo “insight”, che è imputabile la gran parte del potenziale terapeutico. Prova ne è la riconosciuta importanza del cosiddetto “set and setting”, ovvero dell’atteggiamento, le intenzioni e le aspettative del soggetto (“set” è abbreviazione di “mindset”), e del contesto di assunzione della sostanza, poiché:

Of course, the drug dose does not produce the transcendent experience. It merely acts as a chemical key – it opens the mind, frees the nervous system of its ordinary patterns and structures. The nature of the experience depends almost entirely on set and setting.3 (Leary et al., 1969, p. 11)

L’esperienza può pertanto essere molto diversa in funzione dello stato mentale e del contesto, si comprende così perché il cosiddetto “uso ricreativo”, finalizzato “allo sballo”, magari in discoteca e con la concomitante ingestione di altre sostanze, sia la peggiore delle condizioni. Mentre, viceversa, l’uso terapeutico, spirituale, con intenzione introspettiva o creativa, possa essere molto utile, specialmente se l’assunzione avviene in un ambiente protetto e rilassante, meglio ancora se assistiti da un terapeuta che istruisca all’esperienza e successivamente ne aiuti l’integrazione.

A questo punto potrebbe sorgere spontanea la domanda su come sia stato possibile che nonostante risultati clinici tanto incoraggianti la ricerca sia stata interrotta per così tanto tempo, e a tutt’oggi sebbene sia ricominciata resti comunque marginale. Una valida risposta potrebbe essere quella offerta dal neurofarmacologo Varsha Dutta:

What […] discouraged its use was that pharmaceutical companies would not stand to gain by it as there were no patents to be had and also these drugs do not require regular use. A few sessions of therapy were mostly enough, and sometimes even a single LSD trip could alter one’s life.4 (Dutta, 2012, p. 340).

Bibliografia

Bonomo, Y., Norman, A., Biondo, S., Bruno, R., Daglish, M., Dawe, S., Egerton-Warburton, D., Karro, J., Kim, C., Lenton, S., Lubman, D. I., Pastor, A., Rundle, J., Ryan, J., Gordon, P., Sharry, P., Nutt, D., & Castle, D. (2019). The Australian drug harms ranking study. Journal of Psychopharmacology, 33(7), 759–768.

Dutta V. (2012). Repression of death consciousness and the psychedelic trip. J Can Res Ther; 8:336-42.

Kuypers, K. P. C. (2019). Psychedelic medicine: The biology underlying the persisting psychedelic effects. Medical Hypotheses, 125, 21–24.

Lattin, D. (2012). Distilled Spirits. Getting High, Then Sober, with a Famous Writer, a Forgotten Philosopher, and a Hopeless Drunk. Berkeley: University of California Press.

Leary, T.; Metzner, R.; Alpert, R. (1969). The Psychedelic Experience: A Manual Based on the Tibetan Book of the Dead. London: Academic Press.

Ly, C., Greb, A. C., Cameron, L. P., Wong, J. M., Barragan, E. V., Wilson, P. C., Burbach, K. F., Soltanzadeh Zarandi, S., Sood, A., Paddy, M. R., Duim, W. C., Dennis, M. Y., McAllister, A. K., Ori-McKenney, K. M., Gray, J. A., & Olson, D. E. (2018). Psychedelics Promote Structural and Functional Neural Plasticity. Cell Reports, 23(11), 3170–3182.

Maslow, A. H. (1962). Lessons from the Peak-Experiences. Journal of Humanistic Psychology, 2(1), 9–18.

Nutt, D. J., King, L. A., & Phillips, L. D. (2010). Drug harms in the UK: a multicriteria decision analysis. The Lancet, 376(9752), 1558–1565.

Osmond, H. (1957). A REVIEW OF THE CLINICAL EFFECTS OF PSYCHOTOMIMETIC AGENTS. Annals of the New York Academy of Sciences, 66(3), 418–434.

Pollan, M. (2018). How to change your mind: what the new science of psychedelics teaches us about consciousness, dying, addiction, depression, and transcendence. New York: Penguin Press.

Richards, W. (1978). Mystical and Archetypal Experiences of Terminal Patients in DPT-Assisted Psychotherapy. Journal of Religion and Health, 17(2), 117-126.

Samorini, G., D’Arienzo, A. (2019) Terapie Psichedeliche, vol I e II. Milano: ShaKe Edizioni.

van Amsterdam, J., Nutt, D., Phillips, L., & van den Brink, W. (2015). European rating of drug harms. Journal of Psychopharmacology, 29(6), 655–660.

Varela, F. (1996). Neurophenomenology: A methodological remedy for the hard problem. Journal of Consciousness Studies, 3(4): 330-49.

1 L’ayahuasca è un decotto di piante amazzoniche con effetti psichedelici e enteogeni, assunto originariamente in contesti tradizionali aborigeni; poi integrato nelle cerimonie di alcune religioni sincretiche brasiliane e in tali occasioni somministratro ai credenti; infine diffuso in tutto il mondo anche in contesti laici. La composizione prevede essenzialmente la presenza della liana Banisteriopsis caapi, che ha gli effetti MAO inibitori necessari affinché la dimetiltriptammina assunta oralmente non sia metabolizzata prima di esprimere effetti psichedelici, e la presenza di una pianta contenente DMT, solitamente Chacruna (Psychotria viridis), in alcune aree sostituita dalla Diplopterys cabrerana.

2 In italiano: “Gli psichedelici possono essere visti come agenti che evocano una ‘attivazione indifferenziata’ all’interno del sistema nervoso centrale. L’attivazione psicofarmacologica aspecifica, a sua volta, costituisce un’opportunità per la risoluzione dei conflitti psicologici e l’esplorazione dei cosiddetti ‘livelli più profondi’ della coscienza”.

3 In italiano: “Naturalmente, la sostanza non produce l’esperienza trascendente. Agisce semplicemente come una chiave chimica – apre la mente, libera il sistema nervoso dai suoi schemi e le sue strutture ordinarie. La natura dell’esperienza dipende interamente dal set e setting”.

4 In italiano: “Ciò che scoraggiò l’uso degli psichedelici fu che le compagnie farmaceutiche non ci guadagnavano, dato che non c’erano brevetti e non richiedevano un impiego regolare. Poche sessioni terapeutiche erano sufficienti, e a volte un singolo viaggio LSD poteva cambiare la vita di un uomo”.

 

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