Difficoltà a Gestire le Emozioni

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Percorsi di Aiuto in caso di Difficoltà ad Esprimere o Gestire le Emozioni

Perché si ha Difficoltà a Gestire ed Esprimere le Emozioni
Esprimere le Emozioni
Difficoltà a Gestire le Emozioni: Percorsi di Aiuto a Firenze

Come ci suggerisce l’etimologia, le emozioni (tramite il francese émotion, dal latino ex e movere) ci muovono verso l’esterno. In una nota metafora narrata dal mistico Georges Ivanovič Gurdjieff, le emozioni sono “i cavalli” che, guidati dal cocchiere (la mente), trainano la carrozza (il corpo) che trasporta il passeggero (l’anima). Sia l’immagine che l’etimologia mostrano che le emozioni influenzano il nostro comportamento, e questo è certo.

Curiosamente il termine “emozione” appare nelle lingue europee inizialmente col significato di “tumulto popolare”, poi di “malessere” e solo successivamente assume il valore positivo che tendenzialmente attribuiamo oggi alle emozioni. Non che nel Seicento (quando la parola viene introdotta) le persone non provassero gioia, sorpresa, paura o altre emozioni, più semplicemente le chiamavano in altro modo (passioni, stati d’animo, sentimenti). L’idea dei essere mossi verso l’esterno da “qualcosa” non sembra piacesse molto ai primi utilizzatori del termine, e forse nei momenti difficili in cui siamo sopraffatti dalla rabbia, possiamo ancora capire il perché.

Eppure oggi sappiamo che le emozioni, anche quelle più sgradevoli, ci sono necessarie. Hanno, ed hanno avuto nel corso della nostra evoluzione, grande utilità, come già evidenziato da Darwin in The Expression of the Emotions in Man and Animals; sembra siano universali, quantomeno secondo studiosi come Paul Ekman; appaiono classificabili come coppie di emozioni primarie dalla cui combinazione derivano gli altri stati d’animo, come nel modelle proposto da Robert Plutchik, illustrato nelle immagini che seguono.

la ruota delle emozioni in psicologia

La ruota delle emozioni di Plutchik e le sfumature di intensità.

le emozioni nate dall’interazione delle emozioni primarie

Le emozioni nate dall’interazione delle emozioni primarie..

Difficoltà a Gestire ed Esprimere le Emozioni

Classificare le emozioni non ha tuttavia solo un valore tassonomico, bensì è di grande importanza per ognuno di noi. Nelle parole dello psicologo Daniel Goleman, “Se riesci a tradurre in parole ciò che senti, ti appartiene”. La condizione di ridotta consapevolezza emotiva, che comporta l’incapacità sia di riconoscere che di descrivere verbalmente gli stati emotivi propri e altrui, è chiamata alessitimia, e predispone alla somatizzazione. A quanto pare, ciò che non riusciamo a descriverci a parole, lo esterniamo ammalandoci. Meglio quindi allenarsi a riconoscere e descrivere le proprie emozioni!
A volte però non ci sono difficoltà a riconoscere e a descrivere, ma a esprimere o a gestire.
Dietro a una difficoltà a esprimere le emozioni possono celarsi molte motivazione.

Ad esempio:

  1. eccessiva timidezza,
  2. timore di essere rifiutati, paura di provocare una discussione,
  3. mancanza di autostima,
  4. l’idea che non ne valga la pena perché tanto non cambia niente, o quella che mostrare emozioni ci metterebbe in cattiva luce.

Spesso chi non esprime le sue emozioni ritiene (erroneamente!) che le persone che gli vogliono bene dovrebbero capire da soli. Certo, a volte può succedere, ma a parte queste eccezioni alla regola le persone non sono indovine ed è sbagliato credere (o desiderare) che lo siano.

Esprimere le Emozioni

Un percorso di aiuto all’espressione delle emozioni è importante per migliorare la comunicazione e, di conseguenza, le relazioni, evitando al contempo che il non detto si trasformi in rancori e risentimenti. Naturalmente, per quanto sia necessario esprimere le emozioni, come per tutte le cose, è una questione di misura. Essere facile preda di eccessiva impulsività può portare a conseguenze spiacevoli o anche solo a pentirsi di quanto esternato, perfino quando trasportati da emozioni piacevoli. Meglio diffidare dai consigli semplicistici di esternare quanto più possibile.

Le emozioni non vanno represse o negate, ma al contempo è importante saperle gestire. Viceversa il rischio di rimanere paralizzati dalla paura, bloccati dal disgusto, sopraffatti dalla rabbia, o oppressi dalla tristezza, supera l’utilità “di segnale” svolta dall’emozione e risultare controproducente.

Ad esempio, tutti sanno che la paura è un’indispensabile segnale di allerta. Ad essa il nostro corpo reagisce con risposte fisiologiche atte a fronteggiare un pericolo imminente, drenando energie da tutti i sistemi biologici non temporaneamente indispensabili, per concentrarle sui sistemi utili all’attacco o alla fuga. Ciò può salvare la vita in condizioni di pericolo specifiche e limitate nel tempo. Tuttavia tra i sistemi biologici inibiti c’è anche quello immunitario ed è quindi facilmente comprensibile che se la paura perdura per tempi superiori a quelli necessari a una rapida risposta di attacco o fuga i suoi effetti saranno deleteri per la salute. Anche nei confronti di un pericolo a lungo tempo, come ad esempio il contagio da una malattia, la fondamentale funzione di allerta della paura allerta anche tutti i suoi effetti fisiologici. Pertanto, bene che ci sia un segnale, ma una volta che se ne è preso atto la paura cessa la sua funzione positiva e, paradossalmente, vivere nella paura e inibire di conseguenza il sistema immunitario aumenta le probabilità di ammalarsi

L’esempio potrebbe essere fatto per tutte le emozioni, nella giusta misura svolgono la loro indispensabile funzione, quando eccessive diventano controproducenti. Come poetava Orazio, aurea mediocritas: la miglior cosa è la moderazione. Ma come fare?

Innanzitutto occorre riconoscere le emozioni in atto, dargli un nome il più possibile specifico. Si tratta davvero di paura, o forse è timore, terrore, angoscia, spavento? Per quanto i concetti siano affini non sono sinonimi.

Meglio poi non tentare di negare l’esperienza emotiva opponendogli resistenza poiché, come si dice in inglese, “what you resist persists”. Anche evitare la situazione che suscita l’emozione spiacevole, sebbene inizialmente rassicurante, finisce con l’aumentare l’intensità dello stato emotivo provato in simili occasioni. Come il bambino che spesso termina di avere paura del buio nel momento in cui decide di guardare negli occhi “i mostri” che vi si celano, così nel gestire qualsiasi emozione la via migliore non tentare di fuggirla bensì comprenderla.

Purtroppo le emozioni che diventano disfunzionali sono spesso totalizzanti: ci identifichiamo completamente con esse. Non “siamo persone che provano rabbia”, “siamo arrabbiati”, la rabbia è cresciuta al punto da diventare tutta noi stessi (ma lo stesso vale per la tristezza, o per la paura), impedendoci così di avere quel minimo di distacco necessario a valutare oggettivamente la situazione e quindi comprenderla.

Come ci spiega il neuroscienziato Joseph LeDoux, la paura è mediata da due vie, quella detta “via bassa” è rapida ma porta direttamene all’amigdala dati grezzi, mentre la cosiddetta “via alta”, giunge all’amigdala più lentamente, dopo aver coinvolto la corteccia cerebrale che ha raffinato l’informazione. Avviene così che l’amigdala allertata da dati ancora grezzi reagendo a un potenziale pericolo (potrebbe essere un serpente quello che vedo nell’erba) attiva la risposta di spavento. Dopo poco arriva l’informazione dettagliata dalla corteccia che valida l’ipotesi, oppure no, confermando (sì, scappa, è un serpente) o inibendo (rilassati, è solo una canna da irrigazione) di conseguenza la reazione iniziale.

Nell’esempio la questione finisce qui, decifrare correttamente un segnale ottico richiede al nostro cervello pochi millesimi di secondo, tuttavia constatare l’assenza di pericolo di una situazione più complessa può richiedere molto tempo; inoltre noi esseri umani non funzioniamo per sistemi isolati e nella realtà (pur restando vera la tendenza generale riscontrata dal modello) ogni reazione è sempre frutto di più sistemi tra loro interagenti. Ed ecco il punto, se lo stato emotivo sarà nel frattempo diventato totalizzante al punto che ci identifichiamo completamente in esso, mancheremo della lucidità per una valutazione più accurata, come dire che “non ci sarà nessuno” ad ascoltare la corteccia.

Questo excursus sulle difficoltà di riconoscere, esprimere e gestire correttamente le emozioni potrebbe far sembrare che sia un compito senza speranza. Ma non è così. La chiave di intervento, o meglio il passepartout, è anche in queste problematiche la consapevolezza.

In quest’ottica si muove il processo che Carl Gustav Jung ha definito di “individuazione”. Tecnicamente lo si può definire come l’approssimarsi dell’Io al Sé tramite la progressiva integrazione delle proprie ombre e dei propri complessi. Una definizione forse complicata ma che non deve spaventare, è utile al professionista per meglio visualizzarsi la “mappa” psicologica. Tuttavia, al netto di tale precisione, si può affermare con maggiore semplicità che il processo di individuazione è un percorso per diventare veramente se stessi. Forse non l’unico ma, con buona probabilità, il più efficace.

Dott. Benedetto Tangocci

Difficoltà a Gestire le Emozioni: Percorsi di Aiuto a Firenze

Come Psicologo a Firenze offro percorsi specifici in caso di difficoltà a gestire o esprimre le emozioni. I percorsi si svolgono presso il mio studio in Via Angelo Tavanti, 18 a Firenze (Zona Statuto/Rifredi).
Lo studio è facilmente raggiungibile in Tramvia (T1 – fermata “Poggetto”) ed è proprio davanti al parcheggio della Coop di Piazza Leopoldo, attualmente gratuito.

Sono disponibile telefonicamente al 3534143916 (durante le sedute non posso rispondere, per cui lasciate un messaggio e vi contatterò appena possibile) o via mail a psicologotangocci@gmail.com.

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